OTTO SECOLI DI STORIA, DI FEDE, DI ARTE

LA BASILICA O CHIESA "GRANDE"
Il visitatore che viene dal centro città, intravede un bel giardino, la villa Pepoli, ove scorge la facciata del complesso religioso dell'Annunziata. Essa è l'ingresso alla Basilica, costruita nel 1332 per esigenze di culto e necessità dei fedeli, che andavano aumentando. La sua costruzione fu ampia a tre navate, suddivise da pilastri. Di essa ne rimangono i muri perimetrali con portali e finestre monofore e alcune coperture, come quelle a crociera costolonata delle due cappelle ai lati del presbiterio e quella polilobata dello stesso.
La facciata, si presenta oggi con la sovrapposizione dei due stili architettonici: con il suo portale in stile arabo normannno a forma ogivale del 1361 e stupendo rosone a raggiera, e con la cornice e il rialzo settecenteschi. Essa è affiancata dal monumentale campanile barocco (1655-1671), opera del capomastro Nicola Pisano, con le quattro campane, tre delle quali rifuse nel 1947 (Fonderia Carmine Capezzuto, Napoli) e benedette il 16 novembre dello stesso anno da S. Em. il Signor Cardinale Ernesto Ruffini, Arcivescovo Metropolita di Palermo ed Amministratore Apostolico della Diocesi di Trapani. All’interno del Tempio, sulla porta centrale, si trova il maestoso e nuovo organo a trasmissione elettrica (tre manuali di 61 note e pedaliera 32 tasti, concavo/radiale, 41 registri e circa tremila canne) inaugurato il 21 febbraio 1981, realizzato dalla Ditta “G. Ruffatti e Figli” di Padova che ampliò il precedente strumento della Ditta “G. Tamburini” di Crema.
La chiesa grande nel 1760 fu trasformata  dallo stile gotico catalano (a tre navate, con lunghe ogive, con delle monofore e portali, di cui alcuni ancora visibili sul fianco settentrionale della Chiesa), allo stile barocco rinascimentale, (realizzando un’unica e grande navata con sedici colonne addossate alle pareti e con stucchi dorati con motivi molto gradevoli) effettuata tra il 1740 e il 1770 su progetto dell’architetto trapanese, il sacerdote Giovanni Biagio Amico e si presenta oggi in un'unica navata ornata di 16 colonne monolitiche, “di pietra dello petropalazzo” che danno l'impressione di sorreggere l'accentuata trabeazione che rigira, oltre metà altezza, lungo le pareti.
Sotto la cupola di forma ovale, circondato da un coro in noce del sec. XVII, costruito dal carmelitano P. Leonardo Maltisi, l'altare papale, sormontato dal moderno ciborio (lavori terminati nel 1967 dopo l'erezione del Santuario al titolo e privilegio di Basilica minore -1950-), con otto statue in bronzo del prof. Domenico Li Muli. Essi rappresentano: il beato Luigi Rabatà, sant'Alberto, san Telesforo papa, sant'Angelo martire, Sant'Elia, sant'Eliseo, san Simone Stock e sant'Andrea Corsini vescovo. Sotto la mensa riposano inoltre le reliquie del martire romano San Clemente provenienti dal cimitero di “Santa Ciriaca” sottostante la Basilica di San Lorenzo al Verano, sulla via Tiburtina in Roma. Della concessione delle sue reliquie da parte della Santa Sede alla Comunità religiosa Carmelitana del Santuario si conserva tutt’oggi la lettera datata 17 dicembre 1778. Una scritta posta al centro dell’Altare recita: E coemeterio Ciriacae 1778. Drepani 1781, ricordando inoltre l’anno dell’arrivo delle reliquie a Trapani.
Nell’unica grande navata sono presenti otto tele con storie di vita della Vergine Maria: sette (L’Immacolata Concezione, La nascita di Maria, La presentazione di Maria al Tempio, La Visitazione, La presentazione di Gesù al Tempio, il Transito di Maria, L’assunzione di Maria) ad opera del pittore trapanese Giuseppe Felici (1724-1734) ed una (La Vergine tra i Santi e ai suoi piedi la Città di Trapani) di Domenico La Bruna (1735 ca.). Sotto i dipinti sorgevano i rispettivi altari demoliti dopo la riforma liturgica apportata dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965). Nel 2009 le pareti vengono tinteggiate nuovamente e arricchite della preghiera carmelitana Flos Carmeli.
Nell’abside si trova invece la grande tela dell’Annunziata, titolare della Basilica – Santuario – Parrocchia, del Sacerdote Rosario Matera (sec. XVIII). Al di sopra si può ammirare la volta a costoloni, retaggio giunto fino a noi del precedente stile gotico. 

LA CAPPELLA DEI PESCATORI
La costruzione della prestigiosa Cappella non ha una chiara datazione. Tuttavia una epigrafe dipinta nella parete settentrionale riporta la data MCCCCCXXXVII. Inoltre, un'interessantissima iscrizione marmorea, esposta nel chiostro dell'Annunziata, recita FECERUNT PISCATORES 1569 ed è corredata dalle insegne della maestranza: due pesci e una barca. Alcune fonti denominano la cappella: "Cappella Divae Mariae Misericordiae Sanctissimi Petri et Pauli".
L’elemento di base della Cappella dei Pescatori, costruita a forma cubica, è dominato da una cupola la cui matrice islamica e normanna è riscontrabile nella sua forma a spicchi individuabili all’esterno, come pure nei decori dell’arco riconoscibile di fronte all’ingresso, e nei pennacchi angolari a ventaglio.
Alla cappella si accede dalla Basilica (chiesa grande) per mezzo di un passaggio demarcato da un piccolo cancello in ferro battuto che separa le due zone.
Appena entrati ci si trova davanti al grande portale ad ogiva, la cui maestosità fa pensare che originariamente sia stato realizzato per uno spazio esterno, e sia stato portato all’interno in una seconda fase.
La presenza sulla modanatura dell’arco di una vasta tipologia di pesci ne conferma la committenza da parte del ceto dei Pescatori.
Un altro arco ad ogiva, di gran lunga più semplice del precedente, incornicia l’attuale ingresso alla cappella, inquadrato tra due colonne della chiesa, ma fuori centro rispetto all’arco anzidetto: questo dettaglio svela che la moderna apertura è posteriore alla realizzazione originaria della cappella.
Tre riquadri affrescati mostrano poi una scena di pesca di corallo, un cartiglio che riporta la data 1537, e la rappresentazione di pesci. Nella parete di sinistra abbiamo la trasfigurazione e la pesca miracolosa, ma varie e diffuse tracce di pittura lasciano supporre che originariamente tutta la cappella fosse affrescata.

LA CAPPELLA DELLA RISURREZIONE O DEI MARINAI
All'occhio del visitatore, la cappella si presenta compatta, sostenuta da quattro torri angolari (anche esternamente) a impianto ottagonale e dall'abside emergente del perimetro murario. Essa fu costruita sulla metà del XV secolo dai marinai, come loro propria cappella. Successivamente, nel 1514, la Confraternita dei Marinai chiese ai Carmelitani di poterla rinnovare e ampliare, utilizzando lo spazio dove allora si trovava la figura della Vergine della Misericordia, posizionata a destra dell’altare maggiore. La costruzione fu terminata nei primi decenni successivi.
La cappella si presenta a vano quadrato di circa 8 metri di lato coperto da una cupola emisferica in pietra a vista, realizzata attraverso una sequenza di anelli concentrici in conci di calcarenite locale, raccordati al tamburo di base tramite quattro nicchie angolari con conchiglie al loro interno. L’elemento della conchiglia lo ritroviamo in altre luoghi della stessa chiesa. Esso è un elemento, che fin dall'antichità indica i genitali femminili e quindi la fecondità. Partendo da questa idea, quindi l’inizio di una nuova vita, per il Mondo Cristiano la conchiglia indica la Vergine Maria che dona al mondo la "Perla preziosa": Cristo Gesù. La conchiglia inoltre viene intesa anche come simbolo di rinascita, intesa nel senso di purificazione dello spirito. La cappella era adornata da diverse statue e da un’acquasantiera gaginesca che oggi si trovano al museo Pepoli.
Oggi, la cappella è sede per la Custodia del SS. Sacramento e l'Adorazione.

LA CAPPELLA DELLA MADONNA DI TRAPANI
Dietro l'altare basilicale sono presenti due portali gagineschi del XVI secolo sormontate dal quadro della Annunciazione (1750) di Rosario Matera. Attraverso di esse si entra nella cappella della Madonna, disegnata e realizzata dall'architetto Simone Vaccara nel 1530 in stile rinascimentale.
Lunga 27 metri e larga 8, le pareti imitano marmi di porfido e sono rivestite di quadri di Andrea Marrone esprimenti alcune delle celebri donne dell'Antico Testamento, figure della Vergine Maria. Un gran numero di lampade d'argento e di antica fattura ornano il tempio e l'altare della Madonna.
Sul soffitto due affreschi racchiudono l'Assunzione e la Gloria della Vergine del trapanese Andrea Marrone (1859-1861). Sempre in alto, spicca l'organo del 1630, costruito dalla Ditta Valenti, organari trapanesi con la sua cantoria realizzata dal palermitano Antonino La Valle.
Il pavimento della Cappella in marmi policromi inaugurato il 31 luglio 1956 venne eseguito dalla Ditta Fratelli Bruno di Trapani su disegno dell’Architetto Decio Marrone. Adornano il tempio 14 lampade votive in argento del seicento e, sulla ricca cantoria del palermitano Antonino la Valle, l’organo del 1630 a trasmissione meccanica, ancora in concerto.
Attraverso l’arco marmoreo di Antonello Gagini, commissionato dal Priore del tempo Aloisio de Aiuto insieme alla famiglia Ventimiglia del Bosco, inaugurato il 15 agosto del 1537 (con i profeti che vaticinano la venuta del Messia nato dalla Vergine) e la splendida cancellata bronzea del 1591 del fonditore palermitano Giuliano Musarra – le cui bronzee maglie in rete da pesca con “nodi piani” (i nodi che uniscono due cime e che non si possono sciogliere) simboleggiano l’amore ed il legame di Maria con i marinai e con i trapanesi tutti. Tale opera fu voluta dal priore pro tempore fra Eligio Fiorentino, e finanziata dal Viceré il quale spese l’ingente somma di 12.000 scudi. Il suo nome, insieme a quello della consorte, è segnato sul cartiglio al centro del cancello:

D.O.M.
VIRGINIQUE MARIAE ANNUNTIATAE
DIDACUS HENRIQUEZ ET GUZMAN/COMES ALBADALISTAE SICILIANE PROREX,
ATQUE MARIA DURREA PROREGINA/PIETATE ATQUE RELIGIONE
CLARISSIMI VIRGINIS MATRIS SACELLUM FERREIS CRATIBUS DEMPTIS PRO LOCI DIGNITATE AENEO OPERE EXORNANDUM CURAVERE
ANNO DOMINI MDLXXXXI

A Dio Ottimo Massimo
ed alla Vergine Maria Annunziata
Diego Henriquez e Guzman/Conte di Albadalista Viceré di Sicilia,
e Maria Durrea Viceregina/Chiarissimi per devozione e religiosità/fecero adornare
come richiedeva la dignità del luogo/la Cappella della Vergine Madre
con un’opera di bronzo dopo aver tolto il cancello di ferro
L’anno del Signore 1591

Attraversato il cancello bronzeo, entriamo nel Sacello della Madonna vero scrigno di fede, di arte sacra e di storia plurisecolare adorno di marmi intarsiati variopinti, realizzati tra il 1661-66 dai maestri intagliatori Leonardo Nicoletta e Ottavio Romano, su disegno dello scultore trapanese Alberto Orlando, con simboli tratti dal libro biblico del Cantico dei Cantici e con gli stemmi delle famiglie nobiliari che contribuirono economicamente alla realizzazione del pregevole manufatto. Il paliotto d'argento donato dal Cardinale Spinola nel 1642; d'argento gli angeli con candelabri accanto alla statua (scolpiti in legno da Alberto Aleo e rivestiti d'argento e cesellati da Giuseppe Costadura); il tabernacolo d'argento (opera di Vincenzo Bonaiuto), il plastico in argento della Città di Trapani ai piedi della Vergine dono del Principe di Paceco. Due grandi candelabri d'argento donati da don Giovanni d'Austria nel 1651.


La volta del soffitto esprime le antiche linee architettoniche catalane con i pennacchi agli spigoli e la cupola araba. Una grande conchiglia chiude la piccola abside.
Sull'altare la statua marmorea della Vergine Maria, sec. XIV, scolpita dalla maestria di Nino Pisano. In marmo pario, alta 1,60 cm, monolitica; dal peso di una tonnellata e mezza, è collocata sotto un magnifico baldacchino del sec. XVII, sostenuto da otto colonne marmoree, il cui numero indicano la Resurrezione e la mediazione tra la Terra e il Cielo, con capitelli di ordine corinzio toccati in oro.
La Vergine tiene al braccio sinistro il bambino, ma ha gli occhi rivolti a chi la guarda, infondendogli quell’arcano sentimento della fede e della speranza, e invitandolo nello stesso tempo a domandare grazie.
Il Bambino ha lo sguardo rivolto alla madre, la quale mentre pare intenta ad ascoltare le preghiere dei fedeli, con la mano destra tiene ferma quella del figlio e quest’atto è fatto con tanta materna tenerezza, che infonde amore anche nei cuori più duri. Il volto della Madonna e i suoi occhi neri sono sereni, larghi e penetranti, le ciglia oltremodo belle, la fronte larga e maestosa e le labbra atteggiate ad un dolce sorriso. Ragionevolmente il vicerè conte d’Albadalista, nel mirarla esclamava: "chi veder la vuol più bella vada in cielo". Quest'espressione di bellezza non è altro che il riverbero della Bellezza di Dio concretizzatosi in Maria.

LA SALA DEGLI EX-VOTO
Accanto al sacello della Madonna la "sala degli ex-voto" (una volta vi si accendeva la cera votiva, oggi sostituita da candele elettroniche), riallestita con i soggetti più antichi. Essa rientra in quella categoria delle testimonianze di devozione e gratitudine alla Beata Vergine di Trapani. Alcuni di questi davvero prodigiosi. Si tratta di piccoli quadri, molti di questi raffiguranti barche o navi in balia delle onde, alcuni di pregevole fattura, altri opera di modesti artigiani, in cui vengono ricordate le circostanze dello scampato pericolo ed i nomi dei marinai che vennero salvati per divina intercessione. Tra questi ricordiamo: "Era venuto l’anno della salute al 1571 a’ 11 di Frebaio, quando la Nave Ragugea di Pietro Xirotta trovandosi in mezo del golfo di Salerno in grande, e prodigiosa tempesta con un pertugio alla Carina, e non havendo rimedio per l'’mpeto del mare, che vi entrava, facendo esso Pietro voto all'Annuntiata di Trapani (è gran maraviglia) un pesce miracolosamente entrò nella fessura, et vietando l’entrarvi alle furiose acque la condusse salva in porto. La spina di questo pesce anzi l’istesso pesce si vede hoggi nella Chiesa di essa Annuntiata Santissima"
Negli ex voto, cronologicamente collocabili tra il XVIII e il XX secolo, le raffigurazioni di imbarcazioni sono maggiormente presenti nei dipinti del XVII e del XVIII secolo accanto alla formula "V.F. & G.A." (Votum Fecit et Gratiam Accepit). L'offerente è il marinaio che ha ricevuto la grazia o il comandante della barca. L'iscrizione abbreviata "V.F.G.A.", traslata in dialetto siciliano, assume curiosamente le caratteristiche di una filastrocca popolare corrispondendo al dialettale Votu Fatto e Grazia Avuta. In alcune tavolette votive sono indicati il giorno, il nome e la tipologia della barca, in altre la formula "V.F.G.A." è sostituita da "P.G.R." ("Per Grazia Ricevuta").
Altre donazioni o ex-voto, sono esposte nella cappella di San Vito. Sia le tavolette antiche che le donazioni moderne, costituiscono insieme ai monili preziosi (molti dei quali al museo Pepoli) il tesoro della Madonna.

LA CAPPELLA DI SANT'ALBERTO E LA SUA CELLA
Adiacente alla cappella della Madonna, si trova la cappella di Sant'Alberto degli Abati del 1582. Di essa si hanno le prime notizie nel 1370 grazie ad un manoscritto compilato dal Carmelitano Basilio Cavarretta. I lavori di ampliamento e di riorientamento della stessa, vennero realizzati tra il 1582 e il 1624 per munificenza della Famiglia Ventimiglia - del Bosco. Così l’ammiriamo tutt’oggi.
L'altare è rivestito di "marmi mischi e intramischi" commissionato dai fratelli Giuseppe, Antonio e Salvatore Ripa, dell’Ordine Senatorio della Città, venne realizzato nel 1676.  
Sull'altare la Statua reliquario di Sant' Alberto, di altezza naturale, in argento, opera datata del 1752 degli argentieri trapanesi Vincenzo Bonaiuto (†1771) e Michele Tamburello (†1761). La statua, contiene il teschio del Santo. A contatto col teschio vi è del cotone che ogni anno viene distribuito agli ammalati.
Le pareti dell'intera cappella sono pregiati da dipinti del fiammingo-novellesco Geronimo Gerardi (La Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino ed Anna) e di Pietro d'Andrea detto Poma (Apoteosi carmelitana, sec. XVIII) .
Dalla porticina laterale a destra si passa nella "celletta" di S. Alberto, da lui abitata. Un ambiente rettangolare ove si conserva le miracolose reliquie del Santo ed anche le reliquie del B. Luigi Rabatà. All'interno vi è una lapide sepolcrale che ricorda i religiosi conversi Benedetto Bonsignore e Franco Selliti, che sistemarono la cella nel 1623. 
Sotto la mensa del piccolo altare della celletta si trova un esametro che (tradotto dal latino) dice: "Questa fu la piccola cella di Alberto trapanese: fermati e dal petto effondi pie preghiere".
Sull'altare vi è una tela raffigurante il Santo attribuita a Domenico La Bruna realizzata verso il 1730-40. Nella parete opposta un'altra tela raffigura il carmelitano Cataldo de Anselmo di Monte San Giuliano che mostra il  Teschio di Sant’Alberto: infatti, per mezzo suo la sacra reliquia dopo varie peripezie arrivò a Trapani nel 1318.
I ritratti dei benefattori Notar Ribaldo e Donna Perna (di autore ignoto, sec. XVIII?) e copie di documenti del 1280 e del 1289 riguardanti la donazione ai Carmelitani (tra le firme abbiamo anche quella di Sant'Alberto) completano la celletta.

LA SACRESTIA
Dalla cappella di Sant'Alberto, passando per una porta massiccia ove vi è incisa la seguente iscrizione (tradotta dal latino): "Antonio l'Affamato e Geremia de Modica fecero questa porta l'anno del Signore 1729", si accede all'ampia sacrestia settecentesca.
Sulla sinistra vi sono tre grandi armadi in noce chiaro opera del capomastro-progettista Giuseppe Bonfanti e del maestro intagliatore Giuseppe Basile (1767). Ai piedi delle colonne che separano gli armadi, da un oblò in vetro si può ammirare l'antico pavimento.
Sulla parete di fronte c'è il vano della porta (oggi murata) che portava all'aula Capitolare, sottratta ai Frati dalle leggi eversive del 1870 con tutto il grandioso convento, trasformato, fortunatamente, in Museo nazionale. Su questa parete troviamo un Crocifisso in gesso coronato da quattro statue raffiguranti le quattro Virtù Cardinali, Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, studi preziosi del professor Domenico Li Muli (sec. XX). Nel soffitto tre affreschi importanti di Domenico La Bruna, raffiguranti episodi della vita del profeta Elia, ispiratore dell'Ordine Carmelitano. Il primo presenta il profeta che richiama il re Acab, ostinato a prestare culto al falso dio Baal. Il secondo, il centrale, narra la visione della nuvoletta che apparve al Profeta sul Carmelo e che simboleggia l'Immacolato concepimento della Vergine Maria. Il terzo è la sintesi apocalittica della missione di Elia: a terra è piantata la croce della redenzione; il profeta, che ha nelle mani e nei piedi i fori dei chiodi della crocifissione del Messia, agita il vessillo della vittoria, mentre l'Anticristo viene colpito dal fulmine della potenza divina. Due angeli recano il cartiglio con su scritto: "ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande del Signore" (Malachia 3,23).

IL "RIFUGIO" DELLA MADONNA E LA CAPPELLA DI SAN VITO O DI SANTA TERESA
Attraversando la cappella della Madonna, in parallelo alla cappella di Sant'Alberto, si va verso la cappella di San Vito. Subito, entrando a sinistra s'incontra una grande nicchia, un incavo chiamato "rifugio" perché lì venne collocata, a riparo dai bombardamenti, la statua della Madonna di Trapani, durante la Seconda guerra mondiale: dal 27 giugno 1940 al 20 luglio 1944. Sulla parete frontale vi è un bel dipinto del carmelitano padre Gabriele Saggi. Sotto il dipinto, una lapide ricorda l’evento storico (tradotta dal latino): «Dal 27 giugno 1940 al 20 luglio 1944, durante la fierissima guerra dell’Italia alleata della Germania contro l’America e l’Inghilterra,qui stette al sicuro, dalle bombe lanciate dagli aerei dei nemici, il simulacro della Beata Vergine Maria di Trapani, mentre i fedeli effondevano pie e sante orazioni».

Lasciando il "rifugio", diamo uno sguardo alla cappella di San Vito, che negli ultimi decenni, ha subito diverse trasformazioni.
Costruita tra il 1579 e il 1582 dedicandola al martire san Vito, Patrono della Diocesi di Mazara del Vallo (la Città di Trapani ne fece parte fino al maggio 1844).
Dopo la canonizzazione di santa Teresa di Gesù, la cappella fu dedicata anche alla serafina del Carmelo. Vi fu collocata una tela del 1616, commissionata dagli stessi frati (oggi al museo Pepoli). Oggi, al suo posto vi è un grande Crocefisso di cui non si conosce l'autore.
Verso la metà del secolo XX, con il sorgere nella medesima di un altare (oggi demolito) con una statua in cartapesta del Sacro Cuore, opera del maestro Giuseppe Malecore, venne detta anche “Cappella del Sacro Cuore”.
Nella cappella vengono custoditi ex-voto di manifattura moderna.

Tra le OPERE ESISTENTI nel Santuario, vi sono le statue lignee di San Giuseppe e Sant'Elia di Domenico e Antonio Nolfo; il grande Crocefisso di Pietro Orlando; la Madonna del Carmine di Girolamo Bagnasco.