p. Elia Carbonaro

Il servo di Dio, Elia Carbonaro, nacque il 19 febbraio 1893 a Nunziata, nel Comune di Mascali (CT). Primogenito dei coniugi Sebastiano e Carmela Lo Giudice. Fu battezzato il 22 febbraio nella parrocchia di Nunziata col nome di Giuseppe.
Peppino, come lo chiamavano in famiglia, crebbe coi suoi genitori fino all’età di cinque anni, poi i genitori l’affidarono ai nonni materni perché dovettero trasferirsi a Scordia (CT), per motivi di lavoro.
La sua vita trascorre nello studio, nel lavoro (in campagna e nel mestiere di calzolaio) e nell’amore servizievole. Grazie alla famiglia dei nonni materni, durante la sua fanciullezza, crebbe in lui l’amore e la devozione alla Madonna del Carmelo.
Nel 1913-14 Peppino parte per il servizio militare. Inizialmente ad Agrigento, successivamente per il fronte dove vivrà la guerra. A lui gli vengono affidati inizialmente la consegna della posta militare e in seguito il servizio dei vivandieri. Peppino vive questo servizio, durante la guerra, sempre col rosario in mano, non per raccomandare la sua vita, ma perché la Misericordia divina facesse cessare presto l'orrenda guerra.
Fu proprio durante la guerra che la sua vita cambiò. Mentre stava portando con il mulo i viveri ai soldati nelle trincee, una granata cadde fiammante davanti al mulo. Il terrore lo invase, ma il suo grido fu verso la Mamma celeste, la quale, come egli raccontò, gli apparve, come in una visione. Peppino lì espresse il suo voto alla Madonna: “totus tuus” una preghiera che fu atto di amore per tutta la sua vita, come dono totale di sé a Dio per mezzo della Vergine Santa.
Nel 1918 finisce la guerra e Peppino decide di farsi religioso fratello e lascia silenziosamente la famiglia. Un duro colpo per i familiari che non volevano e che nel cuore coltivavano una certa animosità per i Carmelitani. Ma non era così per il futuro p. Elia.
Diverse le imprese dei familiari perché Peppino tornasse a casa. Finalmente Peppino fece ritorno a casa, ma prima passò da Messina perché desiderava entrare in convento, tra i Carmelitani.
P. Anselmo Alessi lo respinse perché non volle accettarlo come religioso fratello. Con lui però strinse un patto: gli disse che poteva entrare in convento solo se studiava per diventare sacerdote.
Per Peppino era una gravosa promessa, ma quel monito di p. Alessi tornò utile alla sua vita: gli servì per convincere la mamma e le sorelle ad entrare tra i Carmelitani.
È il 1920 quando Peppino va postulante a Messina. A Pozzo di Gotto (ME) dal 1921 al 1923 fa' il noviziato e il 21 novembre 1923 emise la professione semplice col nome di Fra Elia.
Gli studi umanistici e teologici di Fra Elia per prepararsi al sacerdozio furono molto accelerati e sommari. Gli stessi confratelli privatamente gl’insegnarono un po’ di Dogmatica, Morale e Sacra Scrittura, e, alla fine, il Vescovo di Trapani, il carmelitano mons. Francesco M. Raiti, accondiscese a consacrarlo sacerdote.
Il rito di Ordinazione si svolse alle 6,30 del 16 marzo del 1929 nella chiesetta dell’Addolorata nei pressi dell’Episcopio.
Dopo l’Ordinazione p. Elia fu trasferito a Messina nella parrocchia, ancora baracca, dei SS. Pietro e Paolo, dove dal terremoto del 1908 era ospitata la Comunità Carmelitana.
A Messina vi rimase 25 anni. “Qui lasciò un segno indelebile nel cuore della gente: venivano al suo confessionale dalla città, dai paesi della provincia e dalla vicina Calabria. Era reputato santo per la sua vita piena di Dio e per i suoi consigli estremamente semplici”.
Il suo ministero sacerdotale era pieno di umiltà e semplicità commovente. La sua vita oltre ad essere mariana era eucaristica. Quando celebrava la Santa Messa (che durava un’ora), al momento dell’elevazione dell’Ostia Santa, il suo viso era angelico: fissava l’Ostia con lo sguardo dell’innamorato e spesso il suo viso era solcato da lacrime di gioia.
La Santa Messa celebrata da lui era lunga anche per il suo difetto fisico: la balbuzie. Questo difetto lo metteva in difficoltà e lo mortificava ma egli non si preoccupava più di tanto. Pronunciava lentamente, quasi sillabava ogni parola con molto scrupolo e con le dovute pause. I fedeli partecipavano alla sua Messa con vera attenzione, devozione e ammirazione senza minimamente dare segni di impazienza.
La sua preghiera era continua, incessante e da contemplativo, la riteneva il respiro della sua vita. Ciò gli permetteva di correre, in ogni momento, verso gli infermi e verso i poveri con cui condivideva anche il suo cibo.
Pur avendo un rapporto del tutto singolare con il Signore, p. Elia ha vissuto la sua vita religiosa anche in senso penitenziale. 
L'esemplarità di questa sua virtù è stata determinata dall’esteriorità. Si pensi al modo di vestire (sempre alla stessa maniera d’estate e d’inverno); si mortificava nel mangiare (consumava sempre i cibi precedenti e talvolta allungati con acqua fresca). Forse faceva uso anche di qualche altra disciplina, come il cilicio (un confratello addetto al bucato, diceva che spesso trovava le sue camicie inzuppate di sangue). Era rigido con se stesso e paterno e comprensivo con gli altri.
Non amava chiacchierare inutilmente con nessuno. La sua camera era semplice come lui.  
Scopo primario del ministero sacerdotale di p. Elia era il sacramento della Riconciliazione di cui ne era fervente e umile apostolo.
Il confessionale per lui era la vocazione, il luogo dove affermava il suo carisma. Interrompeva il ritmo della giornata quando era chiamato ad esercitare il ministero di confessore. I penitenti ne uscivano risorti per le parole semplici che spendeva bene, grazie a Dio che metteva le giuste parole per ricomporre rapporti d’amore e di amicizia tra gli uomini, tra l’uomo e Dio, nel quale ciascuno deve morire per risorgere con Lui nel seno del Padre.
Anche l’umile uomo di Dio va incontro a malattie. P. Elia si ammalò di una sorta di anemia insolita e persistente. Passò gli ultimi giorni all’ospedale. Il primario e i medici ce la misero tutta per ridare alla città, alla chiesa, a tutti p. Elia.
Nonostante le sofferenze, continuava sempre a ripetere: “non riesco a stare cinque minuti senza pensare al Paradiso”. Il suo trapasso fu sereno. Era il 2 maggio del 1973.
Per volere del Vescovo di Trapani, mons. Francesco Ricceri, di cui p. Elia ne era il confessore, fu sepolto nel cimitero di Trapani nella Cappella del Sacerdoti.
Adesso si attende di portare le sue spoglie in Santuario, nella Cappella di Sant’Alberto, nel luogo dove lui confessava e se è volere di Dio, vederlo presto agli onori dell’altare.

 PREGHIERA

Eterno Padre, che ami quelli che sono miti e che ai piccoli riveli i misteri del Regno dei Cieli, ti ringraziamo per il dono che hai fatto alla Chiesa del tuo servo, padre Elia Carbonaro, frate carmelitano.
Egli vivendo unito a Te attraverso la preghiera assidua, la continua ricerca della tua volontà, l’esercizio fedele della vita religiosa e la comunione fraterna, si è fatto umile apostolo del confessionale, strumento della tua misericordia e del tuo amore e consolatore degli afflitti.
Ti chiediamo, se questo è secondo il tuo volere, di glorificare il tuo servo padre Elia Carbonaro e di concederci per sua intercessione la grazia che ti imploriamo (si esprima la grazia). Amen.

Padre nostro – Ave Maria - Gloria al Padre

Chi ricevesse grazie per intercessione di p. Elia Carbonaro è pregato di notificarlo alla Postulazione Generale dei Carmelitani, Via Giovanni Lanza, 138 000184 Roma, postulazione@ocarm.org oppure scrivendo a info@madonnaditrapani.it premurando di lasciare i propri dati insieme al numero telefonico. Ai medesimi indirizzi si possono inviare eventuali testimonianze.